Cosa sta succedendo nel Caucaso? Cerchiamo di vedere i fatti oggettivi che emergono dietro il mucchio di bugie e disinformazione che la nostra televisione e i nostri giornali ci offrono;
In questo contesto, le aspirazioni dell'Ucraina ad entrare nella Nato allineandosi al gruppo dei nuovi partner dell'est hanno ispirato alla Polonia una alternativa di forniture dirette via Ucraina, tesa a sfruttare la ragnatela di condotte preesistenti dalla costa del Mar Nero a quella del Baltico. E' nata così un'ipotesi di variante che dalle zone petrolifere e gasifere del Caucaso, invece di piegare a sud per imboccare il corridoio turco, attraversa il Mar Nero proiettandosi dalla costa della Georgia fino ad Odessa, per poi risalire la nervatura fino alla costa della Polonia.
Il progetto ha alimentato lo scenario già parecchio movimentato della cosiddetta «guerra dei tubi» con Mosca, senza incontrare particolari simpatie nella Vecchia Europa che ha continuato a privilegiare l'ipotesi del corridoio turco. In tutti i progetti la Georgia è comunque presente come territorio di transito obbligato tra il polo energetico dell'Azerbagian e il collettore turco. Un ruolo logistico che già oggi le permette di assicurarsi quote di approvvigionamenti propri con limitate operazioni di export dai suoi porti sul Mar Nero.
La Georgia alla «guerra dei tubi», con gli Usa e contro Mosca
Ma negli ultimi tempi questo ruolo è andato sempre più stretto al presidente georgiano Saakashvili. Egli aspira infatti ad innalzare la Georgia dalla posizione di partner energetico di servizio a quella di partner strategico, grazie alla posizione confinante e alle relazioni privilegiate che intrattiene con l'Azerbagian, centro produttivo e possibile imbuto di aggiuntive forniture energetiche dal Centro Asia.
Riprendendo ed enfatizzando l'ipotesi polacca (il percorso Caucaso-Georgia-Ucraina-Polonia invece di quello Caucaso-Turchia), il presidente georgiano ha immaginato di proiettare il suo paese al centro della strategia energetica di approvvigionamento di un club ristretto di paesi dell'Est, nel quadro di una Nato allargata a Tbilisi e Kiev. Una visione già cara al vicepresidente degli Usa Dick Cheney che recentemente ha incontrato anche il favore di elementi della nouvelle vague repubblicana.
Per realizzarsi, il sogno della Georgia ha bisogno di sponsorizzazioni forti, in grado di indirizzare investimenti internazionali al potenziamento dei porti georgiani di Supsa e Batumi per reggere la competizione con i corridoi turchi verso l'Europa. Su quel tratto di costa da condividere con l'Abkhazia, su quelle condotte strategiche che corrono a meno di cento chilometri dalla capitale della Sud-Ossezia, si gioca lo sforzo espansionistico della Georgia di Saakashvili. Ma Abkhazia e Ossezia sono territori con aspirazioni di separazione dalla Georgia, aspirazioni sempre più apertamente incoraggiate da Mosca che intende capitalizzare a suo vantaggio il precedente dell'indipendenza concessa al Kosovo.
Quei condotti da riconquistare in Ossezia e in Abkhazia
La Georgia, sostiene Saakashvili, ha diritto di perseguire progetti di sviluppo. Questi progetti sono ipotecati dal conflitto in Sud-Ossezia e in Abkhazia. E' per questo che il presidente georgiano lancia la propria avventura di recupero della Sud-Ossezia (e facendo un pensiero alla vicina Abkhazia): un'iniziativa militare lampo per cercare di conquistare spazio vitale per il ruolo di punta che Tbilisi intende sviluppare. L'urgenza deriva dal fatto che la Georgia conta sulla complicità di Washington, come ricompensa dell'attuale capo della Casa bianca per il fedele allineamento dimostrato. Rinviare l'avventura comportava il rischio di avere a che fare con un prossimo presidente Usa più interessato a concentrare l'impegno Nato europeo sull'Afghanistan che a farsi coinvolgere nel ginepraio caucasico. Una reazione russa avrebbe garantito la solidarietà del blocco dei paesi europei dell'Est, e avrebbe garantito inoltre l'adesione di Tbilisi e Kiev al vertice Nato del prossimo dicembre.
Questi calcoli sottostimano totalmente la determinazione di Mosca a cambiare i termini dello status quo caucasico. Ma Saakashvili li ha condivisi con il segretario di stato Usa Condoleezza Rice a Tbilisi il 10 luglio: essi dimostrano quanto il presidente georgiano sia stato fortemente influenzato dalle strategie regionali di Polonia e Ucraina. Nello specifico, la Georgia ha finito per assumersi la delusione provata dai due paesi nel vedersi esclusi dalle ipotesi di forniture energetiche all'Europa, via Mar Nero, che tendono a privilegiare l'affaccio romeno per il transito del petrolio e quello bulgaro per il transito del gas naturale.
Mosca pigliatutto mette paura a statunitensi ed europei
I due partner sulla carta di Tbilisi, già tartassati dalla crisi energetica, sono poi entrati nel panico per i rincari che il prossimo anno porterà nella bolletta di gas naturale turkmeno e russo fornito da Mosca. Ad aggravare la loro situazione è stato infatti il colpo di mano a sorpresa con cui la Russia, compiendo manovre commercialmente spregiudicate, si è piazzata come principale acquirente delle forniture di gas centroasiatico e player incontrastato dei suoi nuovi prezzi: anche la Cina dovrà fare i conti con questa nuova realtà.
Per il momento Mosca ha sparigliato le carte dei più impegnativi progetti di forniture di gas naturale all'Europa, bruciando le aspettative di approvvigionamento indipendente da Mosca che avrebbero dovuto svilupparsi sul corridoio Baku-Erzurum (dal Caucaso alla Turchia). Mentre la crisi di liquidità di banche, istituzioni e operatori Usa ed europei metteva progressivamente in crisi le varie cordate occidentali, il surplus finanziario accumulato grazie alle esportazioni e alle speculazioni petrolifere ha permesso infatti alla Russia ampi margini di manovra a lungo termine, margini decisivi per assicurarsi quote maggioritarie dei futuri flussi centroasiatici.
Nuova geografia dell'energia, e Tbilisi gioca la sua carta
Con un accordo ai primi di luglio, inoltre, la Russia si è infatti aggiudicata il gas del Turkmenistan per i prossimi vent'anni, impegnandosi a pagarlo fino al doppio dei 140 dollari per milione di Btu (British termal unit, un'unità di misura dell'energia) che attualmente sborsa. E ha costretto europei e statunitensi, a caccia di gas da aggiungere a quello dell'Azerbajan (considerato insufficiente nel tempo) a ripiegare su future forniture di gas egiziano e iracheno, oppure a dipendere dal gas turkmeno che passa dalla Russia, o ancora a cercare di sfruttare un corridoio in Iran. Ormai è Tehran l'unico concorrente serio di Mosca nella regione, per le possibilità di transito di gas naturale che offre (Teheran è fuori dagli accordi tra Turkmenistan e Russia) e per la produzione che può direttamente mettere in campo. Ma l'esodo delle companies occidentali dal giacimento dell'Iran a Pars Sud ha lasciato spazio agli emergenti asiatici e, naturalmente, alla russa Gazprom.
La manovra russa sul gas turkmeno ha creato una nuova geografia di contrattazione dell'energia. E la Georgia ha cercato di sfruttarne gli elementi di pericolosità per portare avanti la propria strategia, imperniata su gas e petrolio prevalentemente dell'Azerbaigian, rilanciando lo sbocco sul Mar Nero. Anche approfittando del fatto che la concorrente Turchia ha cominciato a soffrire la pressione del Pkk curdo, che ha dichiarato di considerare le condotte che provengono da Baku il principale target dei suoi attentati. Stupisce non poco la sincronia che, nella prima settimana d'agosto, ha visto in sequenza l'attentato alla sezione turca del Btc - il mastodontico oleodotto da Baku alla Turchia - precedere di poco l'avventura militare della Georgia.
Ma quest'ultima ha finito per bruciare i vantaggi che stava già ricavando dai problemi della Turchia. Il 30% della produzione azera commercializzata tramite Btc (complessivamente 550mila barili/giorno) era stata già indirizzata dalla British Petroleum ai porti georgiani di Supsa e Batumi. Con l'attentato al Btc è crollato il mito della protezione super-sofisticata al corridoio energetico «strategico» prediletto da Washington, dunque l'alternativa georgiana alla Turchia poteva crescere.
Reazione russa, e la Georgia torna nel limbo del «Caucaso insicuro»
Ma la reazione russa ha fatto piazza pulita dei sogni di Saakashvili. Alle spregiudicate manovre commerciali che le hanno assicurato una posizione di vantaggio sul gas del Caspio, la coppia Putin-Medvedev ha fatto seguire mosse militari altrettanto spregiudicate per ridefinire l'area di influenza strategica russa su Caucaso e Mar Nero, in contrapposizione alla Nato e ai suoi schemi dell'Est. Il blocco russo attuato su tutte le operazioni via condotte e terminali marittimi ha fatto precipitare la Georgia di Saakashvili nel limbo del Caucaso insicuro, allontanando le prospettive di mega-investimenti internazionali in nuove infrastrutture.
Ma Tbilisi ha ancora le chiavi per procurare dispiaceri a Mosca. Il tallone d'Achille della Russia sono i movimenti jihadisti annidati nelle regioni del nord Caucaso russo. Forse nel loro attardarsi in territorio georgiano per distruggere le postazioni avanzate a Gori e nella Gola di Kodori, occupata dai militari georgiani nel 2006, le truppe russe del contingente di stanza in Cecenia hanno cercato anche le tracce del fantasma jihadista.

1 commento:
Analisi condivisibile in pieno (sarebbe stato carino però citare la fonte, lo faccio io M. Paolini sul Manifesto del 19 agosto). Mi sembra che la questione Caucaso stia spopolando sui blog maremmani (vedi scintilla e vittoromo). Potremmo aprire un limes club ad Orbetello.
ciao
Posta un commento