lunedì 2 febbraio 2009

Questione Battisti, dalla Maremma risponde il fratello. Fonte Il Tirreno

DALLA MAREMMA ROMPE IL SILENZIO IL FRATELLO DOMENICO

«Mio fratello Cesare, una vita tragica»

Domenico Battisti racconta: non è un mostro, dategli una chance Domenico Battisti racconta: non è un mostro, dategli una chance
di Federico Lazzotti
PAGANICO. «Cesare è un ragazzo che ha sbagliato per seguire degli ideali e per questo si è rovinato la vita. In Italia a tutti è stata data un seconda possibilità, ma a lui mai. Ogni governo, di destra o sinistra, vuole una cosa sola: metterlo in galera e buttare via la chiave. Sono trent'anni che campa con i miei soldi ma tutto quello che mia moglie e io abbiamo fatto per lui lo rifaremmo perché mio fratello non è il sanguinario terrorista capo delle Brigate rosse. È un uomo senza patria che ha una moglie, due figlie e dopo vent'anni di silenzio ha deciso di parlare, di fare i nomi dei responsabili degli omicidi per cui è stato condannato. Ma, forse, per salvarsi, la lettera di ieri doveva scriverla vent'anni fa, come gli avevo detto».
Domenico Battisti, 63 anni e secondo di sei maschi, ha l'ovale e gli occhi di Cesare, gli stessi capelli, solo un po' più bianchi e qualche chilo in più, «perché negli ultimi tempi mi sono un po' lasciato andare». Il fratello Cesare, è ricercato in Italia da oltre vent'anni: è stato condannato a quattro ergastoli per gli omicidi del maresciallo della polizia penitenziaria Antonio Santoro, del macellaio di Mestre Lino Sabbadin, dell'agente della Digos Andrea Campagna e del gioielliere Pierluigi Torregiani. L'altro ieri, dal Brasile dove è detenuto, ha detto che è «innocente» e ha fatto finalmente i nomi dei presunti assassini.
Domenico Battisti da 14 anni con la moglie Ivea, è proprietario di una ditta per la segnaletica stradale a Paganico, un paesino di mille anime tra Grosseto e il Monte Amiata. «A volte - ammette - mi vergogno un po' a uscire in paese. Tutti sanno chi sono: sono il fratello di Cesare Battisti, il terrorista che guidava i Pac, i proletari armati per il comunismo. Negli ultimi tempi, con tutta la confusione su tv e giornali, quando entro in un negozio i clienti si zittiscono. È normale, non gliene faccio una colpa, la bocca ce l'hanno per parlare. E comunque qui abita tutta brava gente. La mia famiglia è stata fortunata a trasferirsi qua».
L'ultima volta che Domenico e sua moglie hanno lasciato Paganico è stato un paio di mesi fa per andare in Sudamerica a trovare Cesare, detenuto nel carcere di Papuda, vicino a Brasilia, dal 18 marzo del 2007. Su di lui c'era un mandato di cattura internazionale: fu trovato in possesso del passaporto falso usato per lasciare la Francia, nel 2004, quando l'estradizione in Italia sembrava cosa fatta.
«È un anno che il suo avvocato Fabio Altinoro ha chiesto al governo brasiliano lo status di rifugiato politico - riprende Domenico - la prima volta la richiesta è stata rifiutata, adesso che l'hanno accettata il governo italiano si è ricordato, ancora una volta, di mio fratello. Ha chiesto l'estradizione pensando di avere a che fare con un Paese del Terzo mondo, invece Lula mi è piaciuto: ha preso una decisione e l'ha mantenuta, mentre il nostro governo non ha accettato lo schiaffo politico da un Paese che considera di secondo piano».
Domani il Tribunale supremo del Brasile deciderà se accogliere il ricorso dell'Italia oppure confermare all'ex brigatista l'asilo politico e la libertà. «Vorrebbe dire - si lascia andare Domenico - mettere fine a questa storia e trovare finalmente un po' di pace».
Per farci pace, con il passato, bisogna tornare agli anni Settanta, a Latina, dove trent'anni fa si respirava l'aria raccontata dal film di Luchetti "Mio fratello è figlio unico". «Erano anni caldi - ricorda Domenico - c'erano i fascisti e i comunisti, ce le davamo. C'erano le contestazioni, la fabbrica. La nostra famiglia è sempre stata di sinistra. E a Littoria, come l'aveva battezzata il Duce, lo sapevano tutti. Cesare era il più piccolo di noi sei fratelli. È sempre stato un ragazzino sveglio, intelligente, appassionato. Uno che però non si è saputo fermare, purtroppo, quando era il momento. Ha superato il limite e le amicizie, nelle sue scelte, hanno sempre contato molto. Ecco perché a distanza di tanto tempo non ha mai fatto il nome del suo grande accusatore, Pietro Mutti, che lo ha associato ai 4 delitti per cui è stato condannato».

2 commenti:

Alessandro Ragusa ha detto...

L'Italia non è pronta per un compromesso storico. Lula sbaglia credendo di dare lezioni di morale a noi tutti. Guardi in casa sua dove non c'è bisogno della lente d'ingrandimento per rendersi conto delle enormi contraddizioni in cui vivono il Brasile e l'America Latina. E se proprio di compromesso storico vogliamo parlare, iniziamo dal portare a giudizio i terroristi. Qui, in Italia, rischio di torture non abbiamo.

Ed a sinistra per favore, in questi momenti concitati, dove una mezza mossa sbagliata sancirebbe la fine definitiva, non ci passi neanche per la testa di alimentare idee diverse sui terroristi che non siano quelle di giudicarli senza nessuna attenuante.

Anonimo ha detto...

Bisognerebbe giudicare tutto un sistema legislativo?

Bisognerebbe operare dei distinguo tra i vari tipi terroristi?

Condannando qualcuno si autoassolve qualcun'altro?

La risposta, per me, è sempre la stessa: forse.